di Martina Notari, giornalista e naturopata

Gli antichi maestri

“Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

L’alimentazione come una delle cause principali della salute o della malattia è un insegnamento antico: Ippocrate, il maestro di Kos, il padre della medicina, lo scriveva già nel 400 a.c. nel trattato “Sulle arie, le acque e i luoghi”, dove parlando delle cause esterne della malattia nominava: l’ambiente, inteso come clima, ma anche come fattori sociali e psicologici; il regime alimentare e i traumi, quali ferite o lesioni.

Il ruolo fondamentale dell’alimentazione è di nuovo centrale con Galeno, che nel II secolo d.c. nel trattato “Sulle proprietà dei cibi”, consiglia di consumare cibi freschi e vitali, piuttosto che cibi pesanti e di difficile digestione, che vadano ad ingolfare l’organismo e a corrompere gli umori

Alimentarsi correttamente indicava perciò, nell’antica Grecia, un vero e proprio percorso culturale, dove ogni alimento doveva essere spiegato e capito nella sua stagionalità, conservazione e preparazione.

Non solo…

Pensiamo anche a quanto il cibo sia per noi profondamente legato all’amore, ad esempio quello materno (il latte della madre, gli animali domestici che si legano a noi perché li nutriamo) e a quanto il cibo sia legato alla vita.

Tutto ciò che mangiamo ci nutre di vita: il cibo che mangiamo si trasforma, secondo la medicina Ayurvedica, in Prana, Ojas e Virya, ovvero in forze vitale che altro non sono se non vita stessa.

Ayurveda per altro significa proprio scienza della lunga vita: questa antica filosofia infatti riteneva che non si dovesse morire di malattia, ma semplicemente di vecchiaia, nel nostra forza vitale fosse terminata naturalmente.

Come si ottiene la trasformazione del cibo in vita?

Molto semplice, attraverso la digestione.

La digestione

L’alimentazione è un atto importante e delicato, che condiziona direttamente la biochimica del corpo e i nostri stati mentali.

Ogni volta che mangiamo si compie in noi un “piccolo miracolo”: il cibo che introduciamo nel nostro organismo diventa scarto e nutrimento allo stesso tempo.

Il nutrimento viene trasportato alle cellule (10 mila miliardi in tutto) e gli scarti al sistema linfatico e urinario, fino alla pelle, che è uno dei più importanti organi emuntori, ovvero di depurazione ed esplusione.

E’ il sangue a compiere il gravoso compito di trasporto, che durante questo percorso viene aiutato da reni e fegato, che lo depurano.

Un sistema perfetto, in cui il cibo diventa parte di noi stessi, delle nostre cellule: “noi siamo quello che mangiamo”, diceva il filosofo tedesco Ludwig Fuerbach.

Detto questo, proviamo a riflettere su un dato oggettivo: il nostro organismo è come un acquario, un campo quindi relativamente chiuso; è facile farvi entrare qualcosa, ma non altrettanto farlo uscire.

E purtroppo ad entrare non sono solo nutrienti buoni.

Poiché non siamo più abituati ad avere consapevolezza di quello che mangiamo, l’alimentazione diventa un’arma a doppio taglio.

Può nutrirci o inquinarci.

L’inquinamento è determinato dall’assimilazione di nutrienti non adatti e da veleni che si creano dalla digestione di alimenti inadeguati.

Anche la cattiva digestione di cibi adeguati è causa di inquinamento.

Consideriamo che la digestione dipende anche dalla nostra condizione psicologica: se sono alterato psicologicamente, mangio, ma non digerisco.

Allo stesso modo anche traumi, shock e frustrazioni determinano uno stato mentale che non facilità la digestione.

L’inquinamento si accumula, creando dei veri e propri depositi, ma soprattutto si espande piano piano.

Se un organo si ammala, prima o poi tutti gli altri si ammaleranno.

Gradualmente l’inquinamento va ad arrugginire il tessuto connettivo che lega, tenendoli sospesi, gli organi tra loro; sporca il liquido dell’acquario in cui si trovano immersi e intasa i filtri, che non funzionando più bene lasciano passare altro inquinamento.

In pratica determina un totale black out del sistema nervoso, che non riuscirà più a percepire le distonie del corpo e quindi ad auto ripararsi.

Un “acquario” ormai saturo di inquinamento, non riesce a togliere i “rifiuti” con i soli organi emuntori: ha bisogno di essere depurato e ripulito a dovere e una volta pulito, ha bisogno di non far rientrare nuovo inquinamento.

Per farlo deve mangiare cibi adatti e digeribili.

Ciò significa in primo luogo che:

  • la dieta non può essere unica per tutti.
  • Un alimento può essere sano e nutriente per una tipologia di persona, mentre può diventare veleno per un’altra.
  • In secondo luogo significa essere più esigenti nella scelta di ciò che si mangia; dare più importanza a quello che molto spesso ingeriamo (o meglio, ingurgitiamo) frettolosamente e inconsapevolmente.

Tornare a dare alla colazione, al pranzo e alla cena il valore che meritano di avere.

Cominciare a capire questi meccanismi significa fare un salto di qualità che non può che portarci al benessere.

Significa iniziare a cambiare le proprie abitudini alimentari, significa rompere gli schemi mentali.

Non è facile, spesso non conviene, altre volte siamo troppo pigri per farlo.

Eppure la soluzione è nel termine stesso: dieta, nella sua accezione latina e greca, significa semplicemente “modo di vivere”.