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Noi, alla perenne ricerca di tempo Riflessioni dal De Brevitate Vitae

Seneca, il grande filosofo vissuto ai tempi dell’imperatore Nerone, ci richiama, nel suo De Brevitate Vitae, ad una riflessione su uno dei nostri beni più preziosi: il tempo. Ci lamentiamo spesso perché non abbiamo tempo, ma siamo proprio sicuri di non averlo, oppure è una cattiva gestione di questa risorsa a metterci in difficoltà? Consideriamo il tempo un bene infinito e lo trattiamo come tale. Seneca invece ci richiama a considerare il tempo come una risorsa finita, di cui non conosciamo la quantità a noi riservata. Per questo va utilizzato con sapienza e attenzione, e non permettere che qualcosa o qualcuno ce lo sottragga.

«È tipico di un uomo grande e che si eleva al di sopra degli errori umani permettere che nulla venga sottratto dal suo tempo, e la sua vita è molto lunga per questo, perché, per quanto si sia protratta, l’ha dedicata tutta a se stesso. Nessun periodo quindi restò trascurato e inattivo, nessuno sotto l’influenza di altri; e infatti non trovò alcunché che fosse degno di essere barattato con il suo tempo, gelosissimo custode di esso». (Seneca, De Brevitate Vitae, Fabbri editore,1994, pagina 57)

La vita tra passato, presente e futuro

La vita infatti si divide in tre tempi, analizza Seneca: passato, presente e futuro. Il presente è breve, il futuro incerto, il passato sicuro. Consumiamo la nostra vita protesi nel desiderio del futuro e annoiandoci del presente, sottolinea il filosofo, tralasciando così il succo profondo del vivere.

Dice Seneca: «Estremamente breve e travagliata è la vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente, temono il futuro: giunti al momento estremo, tardi comprendono di essere stati occupati tanto tempo senza concludere nulla». (ivi, pagina 85 )

I saggi invece non corrono questi pericoli e trovano rifugio nei maestri, filosofi del passato. Aggiungono alla loro vita i secoli passati, dominano il presente e il futuro:

«Fra tutti hanno la tranquillità dell’animo solo coloro che si dedicano alla saggezza. Soltanto loro vivono davvero e infatti non si limitano a salvaguardare il tempo della loro vita: aggiungono alla propria tutte le età passate, fanno propri tutti gli anni trascorsi con loro […] Si può discutere con Socrate, dubitare con Carneade, trovar la pace dello spirito con Epicuro, domare la natura umana con gli stoici. […] È dunque molto estesa la vita del saggio. Non è imprigionato, lui, entro i confini che toccano agli altri, è il solo ad essere libero dalle leggi a cui è soggetto il genere umano: come un Dio, ha tutti i secoli al suo servizio. È tempo ormai passato? grazie al ricordo ne è ancora padrone. È presente? Ne gode. Deve ancora venire? Lo pregusta. Gli rende lunga la vita il fatto di concentrare in uno tutti i tempi». (ivi, pagina 84-85)

Gli affaccendati

Abbiamo sempre qualcosa da fare, ma spesso quel qualcosa non è deciso da noi. Diciamo di non avere mai tempo, soprattutto per noi stessi, però se qualcuno ce lo chiede sembra quasi che ci avanzi e lo dispensiamo come niente fosse. Questi aspetti ci fanno rientrare a pieno titolo in quelli che Seneca definisce “affaccendati”. Anime intente a più cose, che non approfondiscono nulla, sottolinea il filosofo, e che respingono le novità. Vivono ogni giorno per conquistare qualcosa di più, senza chiedersi se poi avranno il tempo di gestirlo. L’unica cosa che non fanno è vivere: agli affaccendati non resta tempo per vivere. Nella nostra società questo essere intenti a più cose contemporaneamente è associabile a quello che definiamo “essere multitasking”: una dote tanto preziosa, quanto, per certi aspetti, nociva. Sembra infatti che il multitasking comporti la perdita della capacità di filtrare le informazioni importanti, diventando, paradossalmente, meno efficienti e più lenti.

Non solo, il paradosso delle nostre vite e della nostra società è essere alla continua ricerca di tempo, ma una volta ottenuto non sappiamo come gestirlo e come impiegarlo. Pensiamo al periodo del lockdown: forzatamente abbiamo dovuto fermarci. Tutto si è arrestato, la nostra corsa frenetica quotidiana (per cosa poi?) si è arrestata. Improvvisamente abbiamo avuto tempo. Tempo per noi stessi, tempo per la nostra famiglia, tempo per leggere, per cucinare, per riscoprire una lentezza a cui non siamo più abituati. Chi di noi si è sentito spaventato e completamente spaesato da questa enorme abbondanza di tempo? Chi di noi ha riflettuto su come, ogni giorno, viviamo la nostra routine in maniera scontata, velocemente, senza gustare quello che la vita e ogni nuovo mattino ci offrono?

«Vivete come destinati a vivere sempre, mai vi viene in mente la vostra precarietà, non fate caso di quanto tempo è trascorso: continuate a perderne come da una provvista colma e copiosa, mentre forse proprio quel giorno che si regala ad una persona o ad una attività qualunque è l’ultimo». (ivi, pagina 47).

Per Seneca infatti buona norma è programmare ogni giorno come fosse l’ultimo, mettendo così, spiega il filosofo, la nostra vita al sicuro. Quante volte lo facciamo? Quanto spesso invece rimandiamo e procrastiniamo la nostra vita? E quanto spesso lasciamo per noi i rimasugli di vita?

Si legge nel De Brevitate: «Non ti vergogni di riservare per te i rimasugli della vita e di destinare alla sana riflessione solo il tempo che non può essere utilizzato in nessun’altra cosa?» (ivi, pagina 49).

Una cosa è certa: il tempo scorre veloce e quello consumato non torna più. Tutto scorre, diceva il filosofo Eraclito. E la nostra società questo scorrere lo sente eccome, e anzi lo teme. Pensiamo solo al valore che diamo alla fisicità: cerchiamo la perfezione del corpo, vogliamo essere senza rughe, senza segni di cedimento, cerchiamo di allontanare sempre di più la vecchiaia, come volessimo fermare il tempo che passa. Una vera e propria malattia di epoca moderna e contemporanea: il terrore del tempo che fugge. Lo sapeva bene il pittore Salvador Dalì, che aveva trattato il tema del tempo che passa nel suo famosissimo quadro La persistenza della memoria, forse più noto come Gli orologi molli, dipinto del 1931 conservato al Museum of Modern Art di New York.

C’è un segreto per fermare il tempo? Non esistono formule magiche. Per assaporare il proprio tempo bisogna avere un buon rapporto con se stessi, smettere di essere proiettati verso altro da sé, verso quello che viene dopo, verso una corsa incessante, che ci impedisce di vivere l’oggi. Non rimandiamo più: c’è una profonda differenza tra vivere e spendere il tempo a nostra disposizione:

« Abbastanza lunga è la vita e data con larghezza per la realizzazione delle cose più grandi, se fosse tutta messa a frutto; ma quando si perde nella dissipazione e nell’inerzia, quando non si spende in nulla di buono, costretti dall’ultima necessità ci accorgiamo che è passata senza averne avvertito il passare» (ivi, pagina 41).

Competenze

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Postato il

Febbraio 19, 2021

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